le mostre | directionless

Directionless, 2015
Misia Arte e Cellule creative. Bari
A cura di Marilena di tursi
Personale

DIRECTIONLESS (senza direzione) è un progetto scultoreo che elabora e allestisce il concetto di modulo come verificatore di possibilità spaziali, elemento fondante, cellula strutturale di un qualsiasi sistema compositivo, percettivo, fisico e artistico. Le sue sculture rappresentano gli oggetti reali di un concetto astratto di paesaggio e di un possibile altrove.

 

DIRECTIONLESS di Marilena Di Tursi

Il minimalismo è per Jasmine Pignatelli uno strumento di lavoro, una direzione creativa e non un approdo stilistico. Questo vuol dire che le sue ortogonali combinazioni di linee, di croci o di compatte morfologie geometriche, esprimono una sintesi progettuale che comprende altri registri. L’appartenenza a un luogo, per esempio, che la induce all’uso della ceramica come esclusivo materiale plastico, in omaggio ad ataviche pratiche artigianali della sua Puglia. Come nel suo ultimo progetto site specific a Laterza, l’ambiente originario, decantato da ogni eloquenza oleografica, da ogni suggestione ammiccante al ‘genius loci’, viene costretto all’essenziale stringatezza delle coordinate geografiche, reincarnate in un codice morse tridimensionale, che occupa lo spazio in un geometrico alternarsi di punti e di linee. Questo è il massimo che si concede, non richiami formali né tantomeno affondi etnografici, ma solo un ancoraggio sicuro alla propria terra, misurabile e inequivocabilmente determinabile.
I suoi spazi sono, al tempo stesso, anche senza direzioni, Directionless, come recita il titolo di questa sua personale, nome traslato in alfabeto Morse per lanciare nell’etere non segnali di soccorso ma presenze, emanazioni, quelle che la mostra riunisce in un repertorio rappresentativo di più stagioni creative, distribuito in due ambienti, diversi ma dialoganti.
Nel primo, opportunamente denudato, le sue ceramiche scolpiscono lo spazio, manipolandone la percezione. Lo invadono, lo obbligano a misurarsi con prospettive inedite, con inserti modulari che deviano lo sguardo, con propaggini plastiche, verticali e orizzontali che sottopongono la visione a elastici adattamenti. L’occhio insegue una rotta, aiutato dai listelli di ceramica scura, acromatica perché naturalmente brunita dal processo di affumicamento o dall’alta temperatura, disposti in aggregazioni parallele come serie di binari interrotti o in raggruppamenti di quattro elementi che disegnano simboli, abbozzi di croci con bracci volutamente distanti a creare uno scarto semantico. Oppure, diagonali, congiunte o separate simmetricamente, Open, appunto, come il ciclo che le comprende, dove l’apertura suggerita dal titolo, esprime la reale disponibilità delle cose a farsi segni di qualcosa d’imprevisto o intentato. Del resto, la scultura si affranca dall’esigenza di creare nuove forme e ritrova la tensione estetica di una sagoma primaria in cui le relazioni compositive tra le parti sono ridotte a scarni ingranaggi, a morfemi di loquace rigore monolitico.
Gli esili solidi si irrobustiscono nel ciclo Shout per diventare croci dai bracci spessi e contratti, solitarie o aggregabili in un unico e dinamico meccanismo, in un dispositivo perturbante che sottrarre il vuoto allo spazio. Nascono da un progetto puntuale, da matrici segniche siglate nei disegni su carta, vere e proprie scommesse sul loro destino simbolico, affidato, da sempre, tanto al calcolo quanto al sacrificio divino. Conservano, allora, una valenza più intima, si aprono a una fruizione meditata, da camera, per un luogo esistenzialmente denso, abitato. Nel percorso espositivo, infatti, i disegni, come pure le microsculture in ceramica (riportano le stesse combinazioni delle carte e sono organizzate in espositori), si relazionano ad un secondo spazio, un ambiente arredato, dove dialogano con sontuosi oggetti design, divenendo parte di un contesto in cui si percepisce un’omogenea ed estetizzante allure.
Nei Semi, invece, il rigore ortogonale delle forme si stempera in morfologie ogivali, forate, appiattite su supporti rettangolari o liberate in un tutto tondo a piccola e grande scala. Diventano anelli indossabili, o restano instabili pur nella sinuosa solitudine plastica delle strutture autoportanti. Qui la scultura ritrova una tensione gestuale in grado di liberare l’energia della materia, non più solo brunita, ma proposta anche nella variante bianca, ossia in una polarità cromatica grezza. Sono masse appena indirizzate verso volumi ovaliformi, con spiccate valenze informali, suggerite nell’abbozzato rilevarsi della forma, nell’esitante manifestarsi di un volume definito, cariche di una turbolenta dialettica tra il pieno e il suo contrario: il vuoto. Imprigionato in una materia modellata come un grande ventre, il vuoto si erge a cavità protetta, a volume, che, quantunque, in negativo, non rinuncia al prezioso dialogo con il suo contesto plastico.

 

 

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